Gioco d’azzardo: più posti di lavoro o più disperati?

di Franco Elisei

Il gioco d’azzardo muove circa 80 miliardi l’anno, due miliardi solo nelle Marche. Ma soprattutto crea dipendenza grave, simile a quella legata alle droghe. La ricerca a occhi chiusi della fortuna spesso distrugge risparmi e se stessi, i rapporti amicali e familiari. Un demone che annichilisce la dignità umana. E colpisce in prevalenza le fasce deboli, le più povere che pensano di risolvere ogni problema osando sempre di più, in una morsa compulsiva, lasciandosi aspirare da un vortice senza fine. E Pesaro non ne è immune (come dimostrato anche dall’inchiesta de IlFoglia.it che ha messo in luce il fenomeno del gioco tra i minori ndr)

Le contraddizioni

In questo contesto lo Stato vieta e permette allo stesso tempo il sistema del gioco d’azzardo, lasciando a Comuni e Regioni l’onere di sbrogliare la matassa. In bilico perenne e storico tra vizio pericoloso ed esponenziale fonte di entrate. Da una mano prende, dall’altra destina risorse per la cura delle ludopatie, per la prevenzione e il contrasto di fenomeni di dipendenza. In aperta contraddizione.

La proposta di legge in Regione

Dagli allarmi e preoccupazione è tempo di concretezza. Nelle Marche è stata approvata  ora una proposta di legge in attesa da un anno. Un atto che riprende analoga proposta avanzata in Lombardia e che tra i punti più innovativi rilancia il divieto di attivare macchine e luoghi per il gioco d’azzardo entro 500 metri di distanza da sedi “sensibili”, cioè scuole, luoghi di culto, oratori e strutture sociosanitarie relative a categorie protette. Una proposta che ha sollevato subito rimostranze da parte di associazioni di categoria per la paventata perdita di posti di lavoro legati a questo sistema di “gioco”, che fa muovere un indotto calcolato in oltre diecimila addetti. L’aspetto economico prevale ancora una volta su quello umano. Scambiato per benessere.

Casualità antitesi dell’abilità

Il problema è innanzitutto definire i confini del “gioco d’azzardo”: il termine gioco è universalmente concepito come svago o come competizione mentre azzardo deriva dall’arabo “az-zahr”, che significa “dado”. I più antichi giochi d’azzardo infatti utilizzavano i dadi scommettendo denaro o beni sul numero che sarebbe uscito dal lancio dei “cubetti”. Sotto accusa è quel gioco d’azzardo in cui la “casualità” ha percentuali altissime mentre l’abilità del giocatore ha scarsissime possibilità di manifestarsi. E in cui la posta in palio gioca un ruolo fondamentale.

La formula dietro la fortuna

Ogni gioco ha le sue regole, l’azzardo le dilata fino al confine del baratro. E l’esempio più tipico, che è proliferato a dismisura in città e provincia, nei bar, tabaccherie e anche in qualche ristorante, sono le slot machine. Vietate ai minori ma preda di pensionati e anche disoccupati, precari che sognano il colpo grosso. Le fasce più fragili insomma. Ma molti forse non sono del tutto consapevoli che dietro ogni macchinario c’è una “formula matematica”.

Cioè non sono dispensatori di fortuna senza limite. Sono strumenti calcolati affinché elargiscano solo una percentuale di quanto incassato. In alcuni luoghi ogni slot machine riesce a ingoiare anche migliaia di euro a settimana. All’esercente va il 7-8 per cento. E in questo vortice di dipendenze meriterebbero una riflessione anche la moltiplicazione di altri “giochi” a buon mercato che sono sbarcati on line. E con grande facilità di accesso.

Chi perde e chi guadagna

Dietro questo rischio-Gap (gioco d’azzardo patologico) c’è anche chi nella nostra provincia ha fatto fallire aziende, chi ha rovinato una fiorente attività commerciale. E altri che hanno consumato aiuti economici del Comune nel primo bar, persi a schiacciare tasti come automi, incantati da moderne sirene. Senza distinzione di sesso o culturale. Una piaga sociale che nasconde tante situazioni di disagio, tante omertà e tanta indifferenza. C’è chi perde e chi ci guadagna, in un mercato dove tutto si misura in denaro.

Ipotesi: controlli come nel bancomat

Per la tutela della salute si arriva a imporre i vaccini ma non si riesce a gestire né a prevenire la ludopatia. La proposta di legge regionale – è stato detto – non disciplina il gioco d’azzardo ma agisce sulla salute dei soggetti interessati. In realtà, nel caso delle slot machine – se fosse possibile – si potrebbe attivare lo stesso sistema dei bancomat dove ogni prelievo è limitato in base alla facoltà economica dimostrata . Oltre quel limite è impossibile insistere in qualunque sportello automatico. Ebbene, con le attuali tecnologie ogni slot di nuova produzione potrebbe essere collegata in rete e attivata solo grazie ad una scheda, con codici personali, (un po’ come avviene anche per l’acquisto di sigarette dalle apparecchiature automatiche) che limita a una precisa quantità di euro, la giocata nell’arco della giornata e nei luoghi più accessibili come bar e tabacchi. Ipotesi sicuramente non risolutiva ma eventuale misura alternativa ai semplici avvertimenti o ai numeri verdi (utilissimi ma destinatari di richieste d’aiuto spesso tardive).

Un modo soprattutto per superare la contraddizione insita nello stesso soggetto, lo Stato, che con una mano pubblicizza e invita a giocare con nuove formule e strumenti di fortuna traendone lauti guadagni e con l’altra si preoccupa di curarne le devianze mobilitando psicologici, psichiatri, assistenti sociali con stanziamento, spesso insufficiente, di soldi pubblici. Una mano che cerca di lavare l’altra.

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Franco Elisei

Franco Elisei

Presidente dell'Ordine dei Giornalisti delle Marche

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