Miseria e nobiltà dei nostri castelli, piccolo tour nella provincia bella

di Federico Toccaceli

Le Marche” ha suggerito qualche tempo fa un noto critico d’arte “rappresentano il luogo dell’espressione più alta della civiltà artistica italiana. Un’isola felice in cui anche il paesaggio raggiunge risultati di perfezione che sembrano pensati da Dio”. Infine, conclude il celebre personaggio, “una persona intelligente vive nelle Marche”.

Già, le Marche, l’unica regione d’Italia a possedere un nome al plurale. Un plurale non messo lì a caso, ma scelto per rimarcare le innumerevoli opzioni offerte dal territorio in termini di paesaggio, di luoghi e finanche di tradizioni.

E che dire della Provincia di Pesaro e Urbino che, sintomo di un’ancor più decisa differenziazione, addirittura presenta due città capoluogo? Piste da sci a mezz’ora d’auto dalle bandiere blu piantate sulle spiagge, una natura mantenutasi selvaggia che assedia borghi da favola, paesi dove ogni angolo nasconde il sussurro della storia e la carezza dell’arte.

Il fatto è che siamo a tal punto immersi nella meraviglia da non prestarle più attenzione, come non prestiamo attenzione al disco che fa da sottofondo a una serata o al nonno arrivato a dire tre volte la medesima storia nello spazio di un pranzo. Non ci chiediamo mai cosa sarebbe Urbino senza il bel Palazzo di Federico, non ci domandiamo affatto che fine farebbe Gradara se domani, per un qual si voglia scherzo da prete, le scomparisse il castello.

Gradara la superba

Ah, Gradara, è già passato un secolo dai fatti, ma ancora mi domando come ti sia saltato in mente di lasciar fare a quell’uomo venuto dal nord, a quello Zanvettori che ti ha prima amata, poi comperata per tutti gli spiccioli che aveva nel borsello e infine ti ha rimessa a nuovo. Un tempo, con la rocca più morta che viva, le mura sbrecciate e non più alte di una rete da tennis, potevi dire di essere dei nostri, eri come noi, alla mano. Adesso, mia cara, tutta tirata a lucido al pari di una di quelle spose che son sempre dietro a ravvivarsi il trucco, hai proprio l’aria da snob.

Ironia a parte, il modello gradarese funziona e ce lo abbiamo sotto gli occhi ormai da decenni. Uno penserebbe che ce ne sia per tutti, diamine, siamo la Provincia dei Cento Castelli! Non dovremmo inventarci niente di nuovo, è già tutto lì, corredato da una storia unica e irripetibile. Di nuovo basterebbe il solo modo di guardare. Ma niente.

A te, bella Gradara, per scoprirti c’è voluto un forestiero. A noi, resto della Provincia, chi verrà a scoprirci? Soprattutto, verrà qualcuno? No, perché di questo passo da soli non ci scopriremo mai. Neppure arte e storia ci danno man forte, che ci vuoi fare?

Come se fuggire la mediocrità sia sinonimo d’egocentrismo, d’un venerdì che manca, del voler saltare a tutti costi fuori le righe di quello che è giusto e normale, ce ne stiamo con tutte e due le scarpe ben dentro la sicurezza del solito tran-tran. A volte, addirittura, per mantenere l’anonimato ci tocca correre ai ripari sminuendo e sminuzzando i piatti migliori che il territorio ci ha offerto: siamo campioni nel prendere una leccornia e ridurla in pappa, la stessa pappa che puoi trovare dappertutto e che non dà nell’occhio.

La rocca di Fossombrone assediata dai pannelli solari

Vuoi un pretesto per sorridere, Gradara? Ti racconto di cosa ho trovato a Fossombrone un paio d’anni fa. Hai presente quella rocca che se ne sta in cima al monte intenta a guardare dall’alto le vite di noi comuni mortali scorrere da basso nella valle? Sì, quella che venne acquistata da Federico da Montefeltro dai Malatesta di Pesaro, il cui passaggio di mano segnò la fine del sogno del Signore di Rimini di fondare un potente Stato adriatico. La stessa rocca progettata dal grande Francesco di Giorgio Martini che viene citata nei libri di storia ogni qual volta spuntano i Montefeltro, i Malatesta e i Borgia. Proprio lei, la munitissima fortezza fatta abbattere da Guidubaldo con la giustificante non esiste rocca più forte del cuore della mia gente” allorché il cattivo dell’epoca, figlio spietatissimo di Papa Alessandro VI°, ne minacciava la riconquista. Be’, al posto di scoprirla rinsavita, la ritrovo attorniata di formidabili pannelli solari.

Fermignano e le sue macerie

Un altro luogo di bellezza ferita è Fermignano, cittadina lesa dalla nevicata del 2012 proprio a un passo dal suo angolo più bello, da quell’inquadratura che attira fotografi come nettare le api: la splendida Torre delle Milizie, fortilizio posto a difesa dell’adiacente e caratteristico ponte a tre arcate. Ora bisogna regolare bene lo scatto, è d’obbligo evitare di immortalare le macerie dell’edificio attiguo, struttura miseramente crollata sotto il peso del bianco e gelido mantello. A dire il vero, qui non è stato l’uomo a combinare il disastro, nessun politico cui addossare colpe, ma ricordare che il problema esiste (da oltre un lustro) non può che far bene, almeno spero, a coloro chiamati a mettervi una pezza.

Piandimeleto, coperta dai capannoni

Piandimeleto poi nasconde un capolavoro. Anzi è il capolavoro stesso a celare un altro capolavoro. Dato che, cara la mia  Gradara, a differenza tua preferiamo mantenere un profilo basso (meglio se bassissimo) abbiamo pensato di non far vedere al forestiero il Castello dei Conti Oliva. Cioè, se proprio vuole glielo mostriamo pure, ma solo dopo un ragionato rito d’iniziazione.

In poche parole, un po’ come avviene per la povera Fermignano, gli rendiamo impossibile l’uso della macchina fotografica dal punto che vuole il miglior sguardo d’insieme sul vetusto edificio, gli occludiamo la vista sul detto fortilizio per mezzo di silos e capannoni di una ditta che abbiamo pensato di ficcare proprio lì, non un chilometro più su o più giù, no proprio lì. Se costui supera l’incazzatura e lo sconcerto gli consentiamo l’ingresso alle stanze della prestigiosa dimora.

Tu mi dirai che sono errori del passato, errori che non c’entrano niente con chi amministra oggi i nostri comuni ed è vero. Speriamo in un futuro più ponderato, più accorto e responsabile. In un futuro dove non si chiude l’occhio per non sollevare malcontenti di vicinato, dove dietro ad ogni scelta è presente una spiegazione convincente e rivolta al bene comune, dove valorizzare l’incanto non sia un compito ma un privilegio.

Piagnano e quel trucco moderno

A destra il castello com’era, a sinistra i lavori

A proposito, qualche tempo fa sono passato per Piagnano, bella frazione di Sassocorvaro. Un castello praticamente fatto di medioevo, una bellezza rara che ogni tanto torno a visitare. Tu sai se c’è una ragione per la quale un pezzo dell’antica cinta muraria sta venendo intonacata? No, aspetta, non me lo dire… Forse è perché Piagnano altro non è che il primo castello degli Oliva, gli stessi conti di Piandimeleto. Che a noi vanno a genio tanto quanto cubetti di cetriolo nella carbonara.

Nonostante tutto, però, lo straordinario che c’è nel nostro bel fazzoletto di terra a cavallo tra Marche, Romagna, Umbria e Toscana vuole resistere. Vienilo a scoprire su ilfederico.com !

Non ereditiamo la terra dai nostri avi, la prendiamo a prestito dai nostri figli”

Proverbio indiano

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