Da tappa del Gran Tour a parcheggio, il declino del San Benedetto

Il Foglia.it si è sempre occupato con attenzione dei luoghi storici in difficoltà, in particolare del San Bendetto, a cui il nostro Thomas Delbianco ha dedicato diversi servizi tra cui una visita all’interno. Secondo Marco Toccaceli, l’ultima idea di farci un parcheggio sarebbe un errore, ecco perché.

di Marco Toccacieli

Pesaro, una città bella e strana assieme. E’ una sensazione piuttosto bizzarra quella che ricava un abitante adottivo come me dai primi mesi passati a far conoscenza con la Città della Musica. Infatti, tra le cose che istantaneamente balzano all’occhio, c’è la distonia tra l’impegno profuso nell’agghindare, nel tirare a lustro le vie principali e la percezione di ‘non vissuto’ in quelle che stanno appena poco distante dai luoghi di più intenso passaggio, dove manifestazioni e attività commerciali si contano sulla punta delle dita.

Com’è possibile, viene da chiedersi, che la vita in un centro così importante, così ricco di storia e di cultura, scorra solamente attorno a una dozzina di luoghi? Bellissimi, per carità, ma in fatto di quantità i conti non tornano.

Ci vuole un po’ perché quell’idea fatta di pensieri frammentati trovi una forma, ma alla fine con un tantino di buona volontà ci si arriva:

Pesaro è una città che vive (e lo fa, per certi versi, piuttosto bene) nel presente.

Lì cade lo sguardo della gente, lì tutto deve essere perfetto. E grossomodo lo è.

Ma cosa accade quando si gira l’angolo e nel discorso entra la parola futuro? C’è da dire che se Victor Hugo affermando che l’avvenire è la porta, il passato ne è la chiave ha un minimo di ragione, ci sarebbe da spendere più di un qualche quarto d’ora nel grattarsi la testa.

Sono sufficienti un giretto in biblioteca e una scorsa allo scaffale di storia locale per comprendere a quale grossa fetta di futuro stia rinunciando la città, e lo fa nella misura in cui decide di non attribuire valore al suo ieri. La verità è che la meraviglia di questo abitato non si concentra unicamente in quella manciata di edifici noti e stranoti, piuttosto in un’infinità di luoghi carichi di suggestioni e di storie, luoghi i cui racconti hanno però assunto colori sempre più slavati nella memoria dei suoi abitanti. Si tratta di piccole, incantevoli porzioni di bellezza lasciate lì ad attendere non si sa bene cosa, mentre altrove fanno a gara per trovare un fatto utile a piantarci sopra un monumento.

A cosa mi riferisco? Agli Orti Giulii, per esempio: splendido giardino ottocentesco che nonostante tutto, nonostante sia lasciato lì a far da nota a margine alle più conosciute meraviglie cittadine, mantiene ancora il suo fascino. A quel pregevole contenitore che è il Museo Oliveriano, nato per ospitare l’incanto e oggi vuoto come la dispensa di un podere abbandonato. E nella lista, seppure sia evidente la complessità della situazione, ci infilerei pure Rocca Costanza: un pezzo unico, un libro aperto sulla storia del territorio, un ben di Dio che quello sforzo fuori dall’ordinario perché torni del tutto fruibile se lo meriterebbe eccome.

Va da sé che la notizia apparsa qualche giorno fa sui quotidiani locali che vuole un parcheggio a pagamento all’interno del Barchetto mi ha lasciato non poco stupito. Anzi, a dire il vero mi ha suggerito un più che scomposto salto sullo sgabello. D’accordo, la decisione parrebbe legata a una necessità temporanea e l’area destinata alle auto non occuperebbe che una minima parte del parco. Ma il segnale, tutt’altro che positivo, rimane.

Sia chiaro, non credo nella malafede. Credo invece nelle idee, idee – quelle dell’attuale giunta – che sovente mi hanno trovato d’accordo e altre volte meno. In questo caso mi trovano su un fronte del tutto opposto.

Inserire un parcheggio nell’area del San Benedetto è un errore in termini pratici: 26 posti macchina sono una goccia in mezzo al mare e tutto fanno tranne che risolvere il problema (che pure esiste) di chi lavora in centro e si trova quotidianamente a dover sgomitare per trovare un posticino dove posteggiare. E pagare per pagare, tanto vale lasciare la macchina a Il Curvone (dal quale, fatte salve alcune eccezioni, raramente si nota il tracimare di veicoli) che ben risponde alle esigenze cittadine.

 

Un parcheggio al San Benedetto è soprattutto, come detto, un cattivo segnale. Perché racconta di un pezzetto di città non capito a fondo da chi dovrebbe tutelarlo se non valorizzarlo.

Il fatto è che sta venendo a mancare la coscienza dei luoghi e allora per capire l’importanza del Barchetto è anzitutto necessario conoscerlo, unire cioè il racconto degli occhi a quelli della storia e dell’immaginazione.

Un inestimabile frammento di passato

Ma che cos’è il Barchetto? Il Barchetto è un inestimabile frammento di passato, dal momento che fu riserva di caccia e di pesca dei Della Rovere. Non solo, è anche luogo di cultura, un luogo che ha visto il suo casino ruinante abitato da Bernardo e Torquato Tasso. E questa eccezionale vocazione letteraria prosegue con il giornale voluto da Cesare Lombroso, nonché con la presenza di una delle figure più amate dalla comunità, quel poeta detto Pasqualon più volte ospite dell’ex manicomio del San Benedetto (e di conseguenza del suo parco), struttura che amava definire il suo personale ‘Palazzo d’Inverno’.

Basta? Non proprio. Il Barchetto è una promessa, un’opportunità da cogliere anche in termini di turismo. Se quasi tutti conoscono il significato di Grand Tour – ovvero il mitico viaggio che a partire dal XVII° secolo portava in Italia giovani aristocratici europei e che fu fonte inesauribile d’ispirazione per una gran quantità di romanzieri – in pochi sanno che il parco di cui parliamo ne era tappa pressoché obbligata. Non di meno, riportare a completa fruibilità l’area verde del San Benedetto, che trova il suo perfetto continuo culturale negli adiacenti Orti Giulii dedicati al Perticari e in quella biblioteca eccellente che è la San Giovanni, contribuirebbe ad aggiungere valore al soggiorno di quei tanti che accorrono in città sulle tracce di Rossini. E già, perché se il legame tra il Barchetto e Tasso è evidente, lo è anche quello di quest’ultimo con le opere del Cigno di Pesaro.

Infine, e soprattutto, il San Benedetto è un luogo sacro alla memoria. Sono passati quarant’anni dalla legge (Basaglia) che ha sancito la chiusura dei manicomi, un lasso di tempo relativamente breve e tuttavia sufficiente ad annacquare in noi contemporanei la percezione del cosa erano queste tremende strutture. Un manicomio non era, in effetti, un semplice reparto ospedaliero. Non era neppure una prigione. Era il peggio che potesse capitare ad un essere umano.

E’ difficile dire il dolore, soprattutto è difficile mostrare un dolore che nemmeno riesco a immaginare per intero. E allora rubo parole da chi in quei bianchi inferni di marmo e mattoni c’è caduto dentro, seppure in qualità di psichiatra:

Il lavoro degli infermieri era diviso in tre turni: il primo doveva legare i pazienti, impresa non facile perché spesso si ribellavano, per questo compito si preferivano persone forti e robuste; il secondo, invece, doveva slegarli, pulirli e legarli di nuovo; il terzo si occupava di togliere ancora una volta la camicia di forza o le stringhe ai malati per metterli a letto. Così, se uno veniva legato alle sei del mattino e se la faceva addosso alle sei e mezzo, non veniva pulito fino alle due del pomeriggio. Ma la situazione più drammatica era nel Quinto femminile. Un abominio. Donne private di qualsiasi dignità, ammassi di carne nuda gettati sul freddo del pavimento, corpi legati alle pareti e lordi di escrementi: un girone dantesco”.

E allora, alla luce di quanto affermato da Vittorino Andreoli, si arriva a comprendere come la realizzazione di un parcheggio all’interno del parco dell’ex manicomio pesarese sia sopra ogni altra cosa un errore etico.

P.SP

Se ti va di conoscere i luoghi e le storie del tuo e degli altri comuni della Provincia di Pesaro e Urbino vienimi a trovare su http://www.ilfederico.com/

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2 pensieri riguardo “Da tappa del Gran Tour a parcheggio, il declino del San Benedetto

  • 12/06/2018 in 5:40 pm
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    Purtroppo la proposta di realizzare un parcheggio al San Benedetto è l’immagine di una società sempre più insensibile e materialista, che guarda solamente al proprio soddisfacimento personale ed ai propri egoismi temporali ed immediati, senza rivolgere un minimo sguardo ed interesse al passato ed al futuro, senza fare un minimo sforzo per preservare e rispettare ciò che chi è venuto prima di noi ci ha lasciato, indipendentemente dal valore storico, artistico ed umanitario dell’oggetto.

  • 13/06/2018 in 10:03 am
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    Aggiungerei agli scempi la domus romana di piazza Matteotti, ricoperta e trasformata in parcheggio per motorini. L’ex cinema Duse o ex chiesa di San Filippo Neri, svenduta all’asta per la realizzazione di appartamentini. Le mura romane di via delle Galigarie, abbandonate a se stesse e sovrastate dalla mole invadente della scuola media. Il palazzo ducale chiuso e non visitabile. L’ex chiesa di San Domenico trasformata in ufficio postale e l’annesso convento abbandonato. Il portale della chiesa del Nome di Dio che rischia di crollare.
    Purtroppo i disastri del 1800 e 1900, che hanno portato alla distruzione di una parte enorme del patrimonio artistico allora esistente, sembrano non avere insegnato molto.

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