Sette anni di felicitià

 di Antonino Pasqualino Di Gregorio

Come odio questi attacchi terroristici,” dice l’infermiera magra a quella più anziana. “Vuoi una cicca?” 

La più anziana prende la gomma da masticare e annuisce.

“Che ci puoi fare?” dice. “Anch’io odio le conseguenze.”

“Non sono le emergenze,” insiste quella magra. “Io non ho problemi con gli incidenti e il resto. Sono gli attacchi terroristici, ti dico. Quelli rovinano tutto.”

Seduto sulla panca del reparto maternità, penso tra me: questa infermiera non ha tutti i torti. Sono arrivato un’ora fa, agitatissimo, con mia moglie e un tassista ossessionato dalla pulizia che, quando a mia moglie si sono rotte le acqua, temeva che gli rovinassimo i sedili. E ora sono qui seduto nel corridoio, un po’ depresso, in attesa che il personale torni dal pronto soccorso. Tutti, tranne le due infermiere, sono andati ad aiutare le persone ferite nell’attacco. Le contrazioni di mia moglie si sono diradate. Forse persino il bimbo sente che tutta questa faccenda di nascere non è più così urgente. Mentre vado alla caffetteria, mi sorpassano dei feriti su lettighe cigolanti. Nel taxi diretto all’ospedale mia moglie urlava come una pazza, ma queste persone sono tutte silenziose.”


Inizia così uno dei libri più interessanti che ho letto in questi ultimi periodi, ha già qualche anno alle spalle, è uscito in Italia per Feltrinelli ad aprile del 2015. Solo in queste settimane l’ho preso dallo scaffale della libreria. L’avevo comprato già da tempo, ma come spesso accade era rimasto in stand-by. Poi un’amica, con la quale mi confronto spesso sulle nostre letture reciproche, mi ha chiesto: “ma poi l’hai letto Keret?”, non l’avevo ancora fatto, ovviamente. Ho cercato di porre rimedio velocemente. Ed eccomi qui a suggerirvelo.

SETTE ANNI DI FELICITA’ di ETGAR KERET, Feltrinelli 2015, è stato uno di quei libri dal quale non sono stato capace di staccarmi dalla prima all’ultima pagina. Mi è piaciuto leggerlo. Mi ha divertito, facendomi riflettere. Mi ha raccontato una condizione che mi auguro di non vivere mai, nel suo pieno dramma. Ma allo stesso tempo, mi ha detto che nei momenti più bui emergono davvero le cose più belle. Le relazioni più importanti si riconoscono senza sforzi. E l’amore, quello puro, non ha bisogno di essere cercato, perché è sempre al tuo fianco, sia esso trasmesso dalla donna che ami, oppure quello che vuoi donare a tuo figlio nato nello stesso giorno di un attentato terroristico.
Probabilmente vivere situazioni estreme, rende estremamente semplice scegliere le priorità. Anche se non è così ovvio per tutti. E’ una domanda che mi pongo ormai da diversi anni, perché dobbiamo aspettare che ci accada qualcosa di drammaticamente importante prima di accorgerci di avere solo questa “partita da giocare”? Perché non riusciamo a decidere di fare il meglio per noi stessi quotidianamente, anche prima che accada un evento che ricorderemo come “prima di../dopo di…”? Leggere questo libro di KERET mi ha portato, ancora una volta a pensare a quell’aforisma che viene attribuito a Confucio “…tutti abbiamo due vite, la seconda comincia quando ci accorgiamo di averne una sola.

Buoneletture
Buonavita

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