Pesaro, il “caso Iran” e i diritti delle donne

di Franco Elisei 

La “rivoluzione” dei diritti in Iran nascerà dalle donne. Saranno loro le protagoniste della cancellazione delle discriminazioni esistenti. I segnali ci sono tutti. E l’episodio che ha visto un’iraniana manifestare all’Adriatic Arena, nel corso dell’incontro tra le nazionali di Italia e Iran, valevole per la prestigiosa World League, suona come una conferma.

Obblighi e divieti

Le donne in Iran, a differenza degli uomini, sono soggette a obblighi, e divieti, che nel linguaggio occidentale si traducono in “discriminazioni di genere” o meglio in “diritti negati”. Le donne in Iran devono avere il capo coperto e nascondere le loro forme, così come impone la legge islamica. Le donne in Iran non possono andare in bicicletta per evitare posizioni sconvenienti e tra le altre disposizioni, non possono neppure recarsi all’estero senza l’autorizzazione del marito o entrare negli impianti sportivi ad assistere alle gare.

Lo striscione sotto accusa

Nel caso di Pesaro, Darya Safai, 42 anni nata a Teheran ma esule in Belgio, aveva srotolato dalle mani uno striscione in cui rivendicava proprio il diritto – ora negato – alle donne iraniane di entrare nei loro stadi. Una manifestazione di pensiero pacifica, interrotta dalle forze dell’ordine su richiesta del team manager iraniano.

Fipav già avvertita

Darya Safai sta portando avanti questa rivendicazione da qualche anno. Fondatrice dell’Associazione “Lasciate entrare le donne iraniane negli stadi” si è presentata anche a Rio, in occasione degli incontri olimpici della nazionale iraniana. E in verità aveva avvertito già da qualche settimana la Federazione italiana che sarebbe apparsa anche a Pesaro. E così ha fatto. Si è posizionata nelle poltroncine dietro l’arbitro, con l’ovvia intenzione di essere inquadrata dalla diretta tv. Questo era il suo obiettivo, ma non lo ha fatto in stile “Paolini”. Si è seduta solo in un punto in cui non dava fastidio allo svolgimento della gara ma al tempo stesso cruciale per essere inquadrata dalla ripresa televisiva.

Il ruolo del Supervisor

Nel momento in cui ha mostrato lo striscione, prima ancora del fischio di inizio, il team manager dell’Iran ha subito segnalato il fatto al supervisore della Federazione internazionale di pallavolo, un filippino incaricato del puntuale svolgimento della manifestazione. “Il dirigente iraniano – ha spiegato poi il presidente della Fipav Pietro Bruno Cattaneo – ha minacciato il Supervisor che in caso di non intervento, la tv iraniana avrebbe interrotto la trasmissione in diretta della partita nel proprio paese”. Richiesta accolta dal supervisor che l’ha trasmessa alle forze dell’ordine. Che, a loro volta, hanno prima invitato Darya Safai a rimuovere lo striscione e a spostarsi, poi, di fronte al suo rifiuto, hanno provveduto ad allontanarla con la forza.

Le prese di posizione

Un episodio che ha sollevato successive prese di posizioni sia per il merito sia per le modalità di esecuzione. Intervento messo in atto sulla base forse di una preoccupazione di ordine pubblico? La “provocazione” dell’iraniana in verità, in quel contesto, avrebbe creato sicuramente più consensi che contrasti. O forse per non compromettere equilibri sportivi internazionali? Oppure sulla base di normative specifiche? La donna ha reagito illecitamente? La presa di posizione dello stesso presidente nazionale della Federazione italiana di pallavolo, appare emblematica. E fornisce già qualche risposta. Ha raccontato di aver fatto presente agli esponenti della Federazione mondiale che l’Iran “dal momento in cui prende parte alla World League, è giusto che si adegui alle condizioni condivise da tutte le altre federazioni”. E non viceversa, in modo particolare se gli striscioni non presentano contenuti offensivi o discriminatori. In questo caso era addirittura contro una discriminazione. Sempre nel merito, a posteriori, molte sono state le manifestazioni di solidarietà nei confronti dell’attività  iraniana che ora sarà invitata a tornare a Pesaro, per volontà espressa del Consiglio comunale.

Il paradosso

Nel metodo, infine, le forze dell’ordine, -costrette a intervenire su ordine del Supervisor – forse potevano usare sicuramente maggior delicatezza, visto che non si trattava di una delinquente o potenziale terrorista, ma di una donna che rivendicava un diritto. Quel diritto che in Italia le stesse forze dell’ordine sono, per costituzione, chiamate a tutelare.

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Franco Elisei

Franco Elisei

Presidente dell'Ordine dei Giornalisti delle Marche

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